mercoledì 22 maggio 2013

Sei sul pullman e stai andando a lavorare.
Ti viene in mente che è già mercoledì e sei due giorni in ritardo sulla pubblicazione del post quindicinale sul tuo blog.
Te ne rammarichi, perché quello è il tuo piccolo spazio, il momento in cui smetti di essere un corpo che adempie incombenze, e diventi una mente che si racconta.
E come hai già detto, se non ti racconti, non capisci.
Ti stai per avvicinare al centro commerciale, e la periferia si trasforma in campagna, quella campagna un po' imprecisa e zingaresca, nuovi complessi residenziali che vengono su di fianco a mini campetti di grano che verrà su anche lui intriso di smog, tra le cartacce e le buste di plastica che zoticoni senza volto hanno lanciato da automobili in corsa.
Quando arriva all'improvviso, una folgorazione nelle orecchie.


Arriva dalle tue cuffie ma in realtà arriva da molto più lontano: la voce di un ragazzetto cresciuto a Basildon negli anni '80 in una delle cittadine satellite che circondano Londra, una di quelle periferie in cui non c'è niente.
Eppure in quella voce di velluto (che ora l'uomo di 50 anni padroneggia con morbidezza ed eleganza) è rimasta l'eco del vigore adolescenziale e temerario che gli fece cantare Heroes di David Bowie dentro ad un pub davanti ad un giovanissimo Martin Gore il quale, ben lontano dall'immaginare cosa sarebbe diventato il suo gruppetto fissato con la musica elettronica, andava alla ricerca di un cantante che potesse funzionare anche da frontman, vista la netta propensione alla famiglia  e al posto fisso in banca di tutti gli altri membri, compreso se stesso).
La sua voce immatura, ma potente, sfida quella periferia (così vuota, così new romantic) e vince. 
Vince per trent'anni di fila.


La voce calda ti porta in una stanza dove di giorno brucia un bastoncino di incenso, vedi un ragazzo con la camicia bianca e il vassoio in mano e strade strette tra i palazzi, vedi una spiaggia col mare verde blu e le cuffiette bianche abbandonate sugli scogli, un pesciolino incastrato in una polla d'acqua tra le rocce, vedi i bagni di un campeggio con la lotta tra le radio portatili e i corpi accaldati da Giancarlo che ti circondano, ti spintonano (gli occhi vuoti, i corpi pieni) luci intermittenti che ti riportano dentro ad una macchina dove una voce dice 'le prime note sono quelle perfette e dovrebbero continuare per sempre' e nel silenzio della tua stanza, nel segreto della tua stanza riemergi come se uscissi dall'acqua, respiri a fondo riemergendo dal nulla, perché stavi affogando, e non te ne eri accorto.

Ti arriva tutto addosso come un treno, pezzi di una te dimenticata, impressioni provenienti da una vita così lontana che non sembra nemmeno la tua, ma gli odori e le sensazioni sono così vicine che se solo allungassi la mano le potresti toccare. Ti arriva tutto proprio quando arrivi alla tua fermata, e devi scendere.

E allora ti ritagli 10 minuti di tempo per dire a tutti quello che hai sentito, perché sai che anche se ognuno sentirà in modo diverso, vibrazioni differenti che rimandano ad altrettanti universi, sai anche che la risposta giusta alla disumanizzazione e alla desolante tristezza dell'oblio è quasi sempre CONDIVIDERE.
Ma lo fai parlando di te alla seconda, perché la tua immagine in queste due settimane è passata troppo in fretta in mezzo alla vita e non sei riuscita ad afferrarla.




lunedì 6 maggio 2013



Tutte le prime domeniche del mese a Torino, c'è il mercatino dei libri usati in piazza Carlo Felice, proprio di fronte alla stazione di Porta Nuova.
Io ci vado sempre, da tantissimi anni, con mio padre. È il nostro piccolo rito.
Anche se ci vediamo poco, in mezzo al caos delle nostre vite distanti, troviamo sempre il tempo per fare questa cosa insieme, per andare alla ricerca di libri fuori catalogo e un po' impolverati, per scambiare due parole con i venditori, tutti accaniti lettori e feticisti della carta stampata, per prendere un caffè veloce al banco del Talmone e via, tra Nabokov e Silone, tra vecchi album di figurine, francobolli, cartoline e dischi in vinile. Sia che ci siano zero gradi (col vento freddo che sa di neve) sia che il sole primaverile ti scaldi leggermente (facendoti venire voglia di togliere la giacca, come stamattina) noi, puntualmente, andiamo li ogni mese.





Questo rito è cominciato molti anni fa, quando avevo più o meno 10 anni e mio padre mi portava tutte le settimane ad un altro mercatino, quello di corso Siccardi (ora coperto) alla ricerca dei libri di Carolina Invernizio che all'epoca era la mia scrittrice preferita e sulla quale, 20 anni dopo, avrei scritto la mia tesi di laurea analizzando la figura del persecutore, il personaggio cattivo presente in ognuno dei 120 romanzi da lei scritti.

Grazie a lei, frequentatrice di salotti e, secondo alcuni, sostenitrice degli anarchici (attenzione stiamo parlando di una donna, nell'Ottocento, appartenente all'alta borghesia in quanto moglie di un capitano dell'esercito, respect Carolina, sei troppo rock) io e mio padre abbiamo cominciato questa ricerca che va avanti ancora oggi. Ormai tutto ciò che si trova di lei sono dei vecchi libri editi dalla Lucchi con la copertina di cartone colorato, come questo.


Quelli editi da Salani, le prime edizioni, sono praticamente introvabili. Io ne ho trovato uno solo e un'altro mi è stato regalato da un amico. Per ora sono riuscita a trovarne una cinquantina in totale. Ne mancano solo settanta...
Quando era ancora viva la vecchietta di via Po andavo a comprarli nuovi da lei, in un posto che definire magico sarebbe davvero poco, un negozio piccolo e buio che sembrava uscito dalla mente di Michael Ende.
Questo è tutto ciò che ė rimasto di lei, e delle storie che raccontava, lei che Carolina l'aveva vista ancora viva: l'insegna di un negozio. Dove ora puoi acquistare solo gadget di squadre calcistiche e peluches prodotti in Cina.


Tonight, we are young, cantano alcuni. È vero, lo siamo, ma è anche vero che  dura solo una notte. Il tempo passa, in silenzio, subdolamente, trasformando la realtà da un giorno all'altro, portando via con sè vite e storie e quella notte prima o poi finisce.

Alcuni non saprebbero che farsene dell'eternità. Io mi accontenterei di essere immortale fosse solo per questa ragione, per avere la possibilità, una volta al mese, di andare con mio padre a cercare libri e a prenderci un caffè.   

Mi accontenterei di avere quest'unica certezza, per sempre.

sabato 20 aprile 2013

“Stop!!!”
“Prego, scendere. Questa è la sua fermata”
“…ma io veramente non sono ancora pronta, e poi vorrei fare ancora un giro”
“Certo… Lo sappiamo, lo vorrebbero tutti… ma questa è la sua fermata, non si attardi, complicherebbe solo le cose, mi creda”
Game over.
 E grazie per tutto il pesce” direbbero i delfini di Douglas Adams, un secondo prima di abbandonare la terra.
Poteva andare cosi, un semplice click e la luce si spegne. Buio e odore di muffa, come quando si è tanto vicini alla terra dopo che è piovuto.
Nel buio qualcosa cede e l’universo ordinato, un attimo prima sotto il tuo controllo, comincia a scivolare, comincia a pattinare come le ruote messe di traverso sull’asfalto di una strada extraurbana, senza il minimo freno.
Un istante prima dello schianto (te lo aspetti e in un nano secondo sei consapevole del fatto che arriverà) i rumori interni si azzerano e quelli esterni arrivano da lontano, come se provenissero da
un’altra dimensione.
All’interno dell’abitacolo il tempo si ferma e si dilata (“Non è vero, dimmi che è un sogno”) e scopri per la prima volta qual è il vero significato dell’espressione “ vedere tutto al rallentatore”.
Poi, finalmente, l’impatto. Non uno ma due, anzi tre. E mentre rimbalzi e giri, come dentro ad un gigantesco flipper dove la forza di gravità cede il passo a quella centrifuga,  ti vedi dall’alto e, nonostante ciò, non pensi a nulla, riesci soltanto a guardare te stesso e la scena con gli occhi sgranati, dall’esterno.
 
In quel momento ho capito che spesso vediamo e  immaginiamo le cose nello stesso momento, sovrapponendo la realtà all’ elaborazione che il nostro cervello fa di essa, il tutto in maniera inconsapevole e questo mix determina ciò che chiamiamo l’interpretazione personale del mondo che si manifesta sotto i nostri occhi.
Mi è successo di rendermene conto di nuovo, qualche giorno fa: seduta in cucina ascoltavo i miei genitori raccontare un episodio accaduto al lavoro e insieme a me c’era una persona che li conosce da pochissimo tempo e ho pensato: stiamo guardando la stessa scena e ascoltando lo stesso racconto, ma stiamo vedendo due cose completamente diverse.
Ne ho dedotto che talvolta il tempo e lo spazio non sono valide coordinate per riferirsi alla stessa porzione di realtà.
 
 
Un certo Propp sosteneva che gli umani non riescono ad approcciarsi alla realtà se non raccontandola. Io credo molto in questa cosa e credo molto nelle storie che si nascondono dietro o dentro le persone, dietro o dentro agli oggetti, feticci totem o simulacri che siano. E credo anche che certi eventi possano essere capiti solo se esternati, sotto forma di racconto. Questo è il mio modo di capire la realtà. Forse sono solo un po’ lenta e ho bisogno di rivedere le cose, di raccontarle a me stessa per afferrarne il senso.
Per fortuna le storie possono essere raccontate non solo sul piano linguistico ma anche attraverso percorsi di suggestioni provocate dalla musica e dalle immagini. Fare questo non è facile ma alcuni ci riescono.
Terrence Malick ci riesce (però lui ha insegnato filosofia per anni e questo senza dubbio lo aiuta...). E così, durante questa permanenza forzata, ho guardato “To the wonder”.
 




 

In questo film non c’è una trama che si sviluppa secondo le funzioni  narrative intese in senso classico e i dialoghi sono pressoché  assenti, quindi sappiate che potreste addormentarvi ma le immagini, sempre secondo la mia profana opinone,  sono perfette, struggenti.  Toccano “quel qualcosa di invisibile” di cui parla uno dei protagonisti del film, invisibile e indefinibile ma potente, tanto da farci piangere, a volte, o da farci aprire i palmi delle mani verso il cielo pensando per un istante di aver toccato Dio.
 
In questo film ci sono due amanti che da Parigi si trasferiscono nell’Oklahoma. E poi c’è Javier (Bardem, e come poteva non piacermi) nel ruolo di un prete che non riesce più a sentire Dio, un uomo di fede che ha perso la fede, che non riesce a vedere la parte spirituale che si nasconde nella luce del mondo ma ne percepisce soltanto l’urlo di dolore, di profonda sofferenza e solitudine. Io mi sono esaltata parecchio con questo film (anche se l’unica parte che abolirei sono i continui svolazzamenti e balletti della parigina, caspita non puoi farlo continuamente!) ma, ripeto, è personale, a Cannes il film è stato tanto fischiato quanto osannato. Ovviamente vi consiglio di guardarlo, fosse solo per togliervi il dubbio.
 




O magari potreste cominciare a leggere Underworld di Don DeLillo: una pallina da baseball che va da una parte all’altra degli States, da un epoca all’altra, ripercorrendone la storia dagli inizi del secolo scorso in 880 pagine. Questo libro offre tantissimi aspetti su cui riflettere. (cito testualmente: “Sapete come certi posti acquistino una forza sempre maggiore nella mente col passare del tempo. Nei miei sogni di prima mattina quando torno a letto dopo una pisciata insonnolita e piombo rapidamente nell’ultimo tratto di notte, c’è una serie di stradine in cui continuo a ritornare, una nebbia indistinta di stanze, un’infilata di stanze che si aprono su un corridoio lungo e stretto…” ).




Oppure fermate uno per la strada e mettetevi a parlare con lui. Ma qualcosa fate, vi prego.

Perché se dovessi esprimere un desiderio chiederei solo questo, di continuare ad avere la possibilità di spostarmi stando ferma, di liberarmi dal superfluo, di non dimenticarmi che anche se l’involucro è il biglietto da visita che porgo agli altri quando li incontro, è pur sempre un involucro che non necessita di tacchi alti e guardaroba ricercato ma bensì di una struttura robusta fatta di introspezioni profonde ( non intellettualmente profonde ma ONESTAMENTE profonde) introspezioni che non abbiano paura delle domande, ma che considerino il momento in cui ti manca la terra sotto i piedi (quando scivoli e perdi la salda impugnatura del controllo) come un momento in cui approfittarne per crescere e cambiare direzione, per un nuovo inizio (non importa quanti saranno) e per non ritrarsi intimoriti di fronte al grande spettacolo whitmaniano.

 
 
 

domenica 7 aprile 2013


Quando si lavora in un centro commerciale bisogna fare molta attenzione a non perdere il contatto con la realtà.
Sono stati fatti degli studi a questo proposito: i centri commerciali sono stati definiti "non luoghi" perché in realtà sono posti che non esistono, un po' come Disneyland o la finta Venezia di Las Vegas.
Il neologismo di derivazione francese ('non lieu') da una parte indica il tale spazio costruito con una finalità precisa, svago o commercio che sia, dall'altra esprime il tipo di rapporto che si crea tra gli individui e quegli stessi spazi.





Uno dei tanti paradossi dei non luoghi è, per esempio, quello del viaggiatore smarrito che ritrova sé stesso dall'altra parte del mondo, nell'anonimato di un'autostrada o di una stazione di servizio, soltanto perché ha trovato una delle proprie catene di ristoranti preferita e si sente così a casa.
All'interno dei non luoghi l'individuo perde le proprie caratteristiche personali per riconoscersi solo in qualità di fruitore (vedi i vari imperativi 'non oltrepassare la striscia bianca', 'area fumatori', 'area relax' , 'divieto di accesso con i carrelli' o 'col gelato' o ancora 'con il cane').
È come se al momento dell'ingresso nella struttura si acquisisse una nuova identità sociale.
Qualche docente italiano sostiene che i c.c. (Centri Commerciali) invece siano iper-luoghi, ricchi di interazioni. Vero, in parte, soprattutto per chi ci lavora. E va bene vedere il bicchiere mezzo pieno; ma poi fa un errore: definisce l'uomo e le sue esigenze chiamandolo 'consumatore'.
"I consumatori oggi hanno esigenze diversificate e complesse". Certo, l'offerta è ricchissima, la stessa offerta straripante che ci ha portati al collasso perché tutti vogliono essere ricchi e inventarsi qualcosa da produrre per creare un bisogno laddove prima c'era appagamento, ma... È davvero possibile parlare delle esigenze dell'uomo in termini di mercato? Dove lo mettiamo l'intimo bisogno di 'verde' che hanno gli occhi di tutti gli uomini?
Forse chiamare l'uomo "uomo" è diventato troppo romantico? Desueto?
Il nostro istinto, sepolto dall'ipocrisia del buon costume, grida che siamo uomini molto prima di essere consumatori. Anche se stiamo diventando latrine in cui pochi furbi riversano i loro rifiuti, dandoci l'illusione di avere la possibilità di scegliere, l'illusione dell'offerta diversificata che ci rende liberi. Siamo solo carburante per le loro macchine di lusso, non dimentichiamolo.
Premesso questo...
Ecco perché, per me, la letteratura e il cinema sono necessità,  non mezzi per riempire il tempo libero, ma risposte ai miei bisogni esistenziali. Perché sono altri mondi in cui posso immergermi quando non ho la possibilità di spostarmi fisicamente. Quando non posso preparare le valigie per fuggire, i libri mi aiutano comunque a tenere aperte le finestre che danno sui mondi che esistono al di fuori di qui, e così la linea del mio orizzonte non si chiude.
Ok, mi sono dilungata un po' come al solito, ma questa premessa mi era necessaria per introdurre un super film del 2011, che non vedevo l'ora di condividere con voi, "God bless America".


Un americano medio, sui 45 anni, svolge con diligenza il proprio lavoro. Divorziato e vessato dalla sua ex moglie e dai capricci assurdi della figlia, in fase pre-adolescenziale, consuma i suoi giorni tra antidolorifici, cibo spazzatura e insonnia. Finché un giorno scopre di avere un tumore al cervello, e pochi giorni da vivere.
Decide di farla finita (da bravo americano medio ha un bel ferro nel cassetto) ma mentre si infila la canna della pistola in bocca, sul divano, davanti al televisore, assiste alla scena di un reality dove una giovane rampollina di 16 anni, cheerleader invidiata e adorata da tutta la scuola, si fa venire una crisi di nervi, tra grida isteriche e lacrime, perché i genitori le regalano un auto per il suo compleanno... del colore sbagliato.
Allora il nostro amico capisce che non è lui a dover morire, bensì lei e insieme a lei tutti coloro che hanno perso il senso della realtà nutrendosi di maleducazione e pretenziosità.
Comincia così il suo viaggio in auto, nel cuore dell'America, ad uccidere persone da un posto all'altro, seguito da una ragazzina che diventa sua fan dopo aver visto l'uccisione della protagonista del reality.


Ovviamente il film non è un tacito incoraggiamento a sterminare il genere umano: si tratta, senza dubbio, di una pellicola molto forte, a tratti scioccante, ma l'archetipo che si nasconde dietro alle immagini è quello della distruzione intesa come necessità di azzerare il peggio del mondo malato in cui viviamo per rinnovare in maniera decisa la natura delle priorità di ogni individuo, per ritrovare il senso di umanità che si sta inevitabilmente perdendo. L'urgenza di un capovolgimento totale dell'ordine conosciuto, che oramai non funziona più. Sarebbe fantastico riuscire a distruggere, e poi edificare, senza le armi ma solo con la forte convinzione delle idee.
Gli scenari che prospettano distruzione mi spaventano da sempre, ma, non lasciatevi ingannare, qui bisogna andare oltre: il regista (Bobcat Goldthwait) non vuole essere apocalittico ma solo sottolineare quanto sia grande la necessità di invertire la scala di valori in voga oggi. Rimediare all'infinitamente profonda e subdola pattumiera in cui a volte rimaniamo incastrati e dalla quale ci nutriamo quando pensiamo all'uomo in termini di consumatore e non di animale meraviglioso dotato del dono dell'intelletto, con bisogni spirituali oltre che fisiologici.
Questo film ovviamente finisce male, malissimo anzi, ma i picchi di godimento che si raggiungono durante la visione sono altrettanto alti e acuti.



La colonna sonora è un dieci e lode secco e parecchie scene, seppur stomachevoli, si insinueranno in voi attraversando la  corteccia cerebrale, per farvi riflettere in maniera disincantata sulla realtà dei finti mondi che alcuni "psiconani" ci propinano attraverso lo schermo della tv. Visione disincantata ma non per questo pessimista, al contrario, credo che chi ha amore per la vita non può non accorgersi di quanto la nostra epoca sia sempre più una "imitation of life", come direbbe il buon Michael Stipe.
A volte servono immagini crude per farci riemergere dal coma, per gridare più forte delle voci salmodianti e ben pagate dei media globalizzati, per farci scrollare di dosso la polvere della pigrizia, per raggiungere una consapevolezza del sé che vada oltre l'identificazione dell'essere legata al nostro ruolo sociale, che se da una parte strizza sempre più l'occhio ai concetti di possesso e ricchezza, dall'altra è sempre meno intrisa di senso civico collettivo.


P.s. 1 Godetevi il trailer cliccando qui.
P.s. 2 La domenica, se potete, andate sui prati. Cosa ci fate sopra, è affar vostro.

venerdì 22 marzo 2013


Stavo andando a lavorare, come ogni giorno.

Gli occhi attenti, concentrati sulla guida, il corpo rilassato, una mano sul volante, l’altra sul cambio. Sempre la stessa strada, tutti i giorni. La radio trasmette un pezzo rock anni '60 ("Get your motor running, head out on the highway”) comincio a tamburellare con le dita sul volante al ritmo del brano. Giro la solita curva, supero il parco e premo l’acceleratore. Di fronte a me il paesaggio si allarga e vedo chiaramente, come ogni giorno, la catena montuosa in tutta la sua bellezza: il centro commerciale in cui lavoro è appena fuori città, ma non c’è nulla intorno, costruzioni o case, niente di niente e lo sguardo riesce ad abbracciare una fetta di orizzonte davvero grande. È come se mi trovassi di fronte ad un gigantesco quadro, un affresco apparso all’improvviso sotto i miei occhi che ormai prendevano per scontato quel tragitto e invece oggi… un’illuminazione, come se fossi entrata in un museo interattivo di arte moderna, come se l’immagine di fronte a me fosse immobile, non vera, fumettata, una foto artistica gigantesca, incastrata tra me e il fondo della strada: le montagne.
Tutte, completamente bianche di neve. Le diverse cime come picchi dell’elettrocardiogramma degli dei, tutto quel latte, stagliato contro l’azzurro imbarazzante del cielo. E in mezzo alla scena una luna, bianca anche lei, tonda, perfettamente al centro, con i suoi crateri e le sue storie di buio, così solida così lontana dall’opalescenza notturna, ferma e immobile, regina sovrana di quell’immagine che, ormai sono sicura, è di cartone. Non riesco a smettere di guardare,  percepisco lo spazio e tutta l’aria fredda che c’è dentro e vorrei fermare la macchina, fare delle foto. Non posso farlo senza evitare un incidente e quindi scatto una foto mentale. Mi viene voglia di ringraziare dio per il regalo che mi sta facendo, era da tanto che non vedevo qualcosa di tanto bello.  Come se la luna fosse fatta della stessa sostanza di cui sono fatte le montagne, come se un pezzo di montagna si fosse staccato per salire fino al cielo. Silenzio e azzurro, nemmeno una nuvola, e tutto lo stupore delle cose che non ho ancora visto si impadronisce di me. Questo senso di nuovo, di sconosciuto, mi cattura e mi allontana dalla realtà.
Ho pochi secondi di tempo per decidere: alla rotonda gira a sinistra e sei al lavoro.
Oppure prosegui dritto e vai verso le montagne.
Pochi secondi.
In pochi secondi penso al mio contratto di lavoro e al fatto che mi è stato confermato a tempo indeterminato, una vera fortuna in questi folli tempi di crisi. Penso al mio viso che si sforza di sorridere ai clienti che, preoccupatissimi, mi chiedono consigli sull’acquisto di un nuovo orologio (non si preoccupi, lo rassicuro, uscirà di qui con l'orologio giusto). Penso a tutte le battute sarcastiche che mi sono venute in mente e che non ho mai fatto,  di fronte ai ragionamenti assurdi dei miei capi, penso a quante volte ho offeso la mia intelligenza facendo FINTA, facendo vincere la diplomazia e la gentilezza in nome del quieto vivere, prendendo ogni volta a pugnalate nella schiena la logica e la ragione. Penso a tutti gli anni passati a studiare di giorno e a lavorare di notte sognando di cambiare il sistema, sognando di far conoscere gli intrighi dostoevskiani e la poesia di Proust ai miei alunni, sognando di far conoscere loro Irvine Welsh e Coppola e Kusturica nella speranza che magari non avrebbero abbandonato del tutto la dipendenza dal televisore ma almeno quella da Alessia Marcuzzi e da Maria De Filippi, da discorsi stereotipati pensati per loro da qualcun altro ( attenzione non i beneamati discorsi da bar sport, che Benni li abbia in gloria, ma i discorsi che sono soltanto rumore, volgare rumore di sacchetti vuoti, di luoghi comuni scaldati al microonde, serviti ogni volta come pietanze diverse, in realtà sempre uguali, masticati da bocche stanche e rassegnate).
Penso a tutto questo e in pochi secondi le immagini di una vita mi passano davanti agli occhi, come per incanto, come sotto l’influsso magico di quella luna bianca e diurna, sorpresa in flagrante nell’atto di copulare con le cime di quei monti solitari eppure allegri.
Mi sento come Steve McQueen, pronta per la grande fuga, ho solo i capelli più lunghi e  le dita sul volante smaltate di rosa (capelli che ora, come per magia infusa, luccicano al sole, brillano da dentro come la luce interiore che sprigiona Naruto quando si trasforma). Il cuore che batte  nella cassa toracica è quello di  Billy e Wyatt, non ci sono dubbi. Mi mordo le labbra, non potendo contenere la  voglia di fuggire, l’ansia buona di mangiare il mondo  che sto immaginando dietro a quel dosso.
“Non ha senso scappare dal dovere in un giorno come questo soltanto perché hai visto la luna di giorno” mi suggerisce saggiamente e tutto d'un fiato la voce della mia coscienza, la mia severissima gemella di nome Rottenmeier.
La guardo dall’esterno, i suoi occhialetti inforcati, i suoi capelli raccolti e mai fuori posto, il suo colletto della camicia perfettamente stirato e rigido e… mi viene da ridere.
“Non mi freghi stavolta, Rottenmeier”. Premo l’acceleratore e vado dritta, lasciando la curva per il centro commerciale alle mie spalle. La vedo allontanarsi nello specchietto, la Rotten. Mi guarda sconcertata ma, con i suoi occhi tristi,  diventa un puntino sempre più lontano.
E mi dirigo, senza alcun ripensamento, strafatta di gioia, verso le montagne bianche, verso quella strana, magnifica luna bianca.
 
 

domenica 10 marzo 2013

 
L'ultima volta che sono stata a Londra ho acquistato un po' di film (eufemismo, avevo solo dvd in valigia nel viaggio di ritorno) che qui da noi non si trovano tanto facilmente. Quando ho una sera libera dal lavoro ne approfitto e ne guardo uno. Non riesco a pensare a niente di più piacevole che vedermi un bel film dopo una giornata di lavoro, ognuno ha i suoi piccoli piaceri.
Questa settimana è stato il turno di "Chasing Amy" film del 1997 di Kevin Smith, lo stesso regista di Clerks-Commessi- e Generazione X, che insieme a Chasing Amy, formano una atipica trilogia. 
La trasposizione italiana del titolo è diventata "Cercando Amy". Peccato, perchè non rende bene l'idea originale.
In inglese 'chasing' può voler dire parecchie cose oltre a cercare: pensiamo anche solo ad Adele che quando canta "Chasing Pavements" non sta cercando i marciapiedi, ma si sta ostinatamente impuntando a perseguire una storia amorosa che sa già che non la porterà da nessuna parte ( e d'altro canto se era una storia d'amore felice, mica usciva una hit spacca-chart in tutto il mondo! cosa che mi ha fatto pensare che le storie d'amore felici vanno vissute e quelle tragiche raccontate, ma questo come al solito è un altro discorso...)
 
 
In questo caso chasing indica, a detta di Wikipedia, "la condizione in cui ci si trova, quando una persona a cui si tiene molto ci delude con qualche strano comportamento, per cui la sua immagine, fino a quel momento candida e ligia, viene sporcata nella nostra testa e noi continuiamo a cercare di recuperare e ripulire quell'immagine sporcata, sperando di poter riavere un giorno una Amy come se nulla fosse mai accaduto".
Interessante.
L'immagine di una persona a cui teniamo che viene sporcata dentro alla nostra testa, magari per un comportamento di cui la stessa non si è nemmeno accorta.
Mai successo? Quanto è difficile tornare indietro quando succede questa cosa? O meglio ancora sarebbe chiedersi se è possibile tornare indietro e cercare di ricostruire l'immagine della persona che noi conserviamo dentro noi stessi (come se la nostra mente fosse un archivio involontario con tanti files corrispondenti ai nomi delle persone che conosciamo e quando pensiamo a uno di loro tac! salta fuori il faldone con tutti i comportamenti e i piccoli gesti che la persona ha collezionato negli anni e noi, senza accorgercene, a fine pagina abbiamo messo un bel bollino rosso o uno verde, a seconda del caso).
Meccanismi inconsci, ma profondamente radicati in noi, tanto da doverci fare i conti ogni giorno. Sarebbe bello riuscire a cambiare idea, anche andando contro se stessi a volte, perchè come diceva Oscar Wilde è davvero ignorante soltanto chi non ha il coraggio di cambiare idea e rimane della stessa opinione per tutta la vita.
Ma tornando alla nostra Amy... Eh, la sua non è una situazione facile... Perchè lei è lesbica ma si innamora di un fumettista, proprio come lei, che però il caso vuole sia un maschio. Amy non sa come gestire questa cosa, ed è spaventata da ciò che prova. Lo rifiuta, finchè, dopo una lunga dichiarazione di lui in macchina, sotto la pioggia scrosciante, decide di lasciarsi andare, abbandonandosi a quest'amore nuovo e al fluire degli eventi.
 
 
 
Questo finchè Holden (il giovane fumettista dal nome altamente evocativo) scopre alcune cose sul passato di lei che, per l'appunto, sporcano l'immagine che aveva di Amy, rendendo impossibile a se stesso poter andare avanti nella storia con quella che credeva essere la donna della sua vita.
Lui si odia, perchè è innamorato cotto di Amy, ma non riesce a vincere se stesso.
Non vi dico la fine, se riuscite a recuperare il film su Amazon o semplicemente in streaming guardatelo anche perchè vi farete non poche risate, Kevin Smith è molto comico.
 
 
La cosa che mi è piaciuta molto di questo film è l'amore per i fumetti che traspare continuamente, le scene sono spesso organizzate come vere e proprie tavole, ricche di dettagli talvolta finti e accessori, destinati a riprodurre non un determinato ambiente ma l'idea che abbiamo di un certo tipo di ambiente. Spesso le immagini si fermano e si trasformano in fumetti stessi (da ricordare che Kevin Smith ha fatto il commesso nel New Jersey per moltissimi anni in un negozio -dove poi ha girato le riprese di alcuni suoi film- che vendeva fumetti dischi e libri, ed è stato fumettista molto tempo prima di diventare regista).
Il film gli ha permesso di vincere due Independent Spirit Award, uno per la miglior sceneggiatura e uno come miglior attore non protagonista andato a Jason Lee che sarebbe poi diventato il protagonista della serie My name is Earl, che personalmente adoro.
Curiosità: Kevin Smith appare nel film nel ruolo di Silent Bob, accompagnato da un altro personaggio, Jay (Jason Mewes): Silent Bob e Jay sono due spacciatori di erba che ispirano Holden (Ben Affleck) e il suo amico Banky (Jason Lee) a creare delle storie a fumetto su di loro. Jay è molto loquace, il tipico skater strafumato che parla in continuazione farcendo i suoi discorsi di parolacce e luoghi comuni machisti, mentre Silent Bob parla pochissimo ma quando lo fa si rivela saggio, paziente e riflessivo.
 
 
Questi due characters compaiono in molti altri film, sia di Smith che di altri registi, nonchè videoclip musicali. La coppia è diventata una sorta di storia nella storia, una elementare seppur simpatica idea di metanarrativa pensata da Smith, che rende i personaggi quasi veri, come una coppia esistente in una realtà parallela: Smith affida a Silent Bob la sua poetica, e crea cosi il suo manifesto e in più lo interpreta di persona. Idea semplice ma carina.
 
 

martedì 26 febbraio 2013


Senza musica potrei espletare le mie funzioni organico-vitali ma le mie interiora si prosciugherebbero. Oggi sto continuando ad ascoltare a ripetizione una vecchia canzone di Billy Joel “Downeaster Alexa”, come un mantra, non chiedetemi perché.  Per una serie di strani collegamenti, difficilmente spiegabili,  mi è venuta voglia di riguardare “Departures” di Yōjirō Takita.
Guardando questo film alcune domande  si sono attorcigliate nella mia testa , prima fra tutte: è davvero tutto qui? Cosa succede quando moriamo? Trasferimento istantaneo in una certa realtà sicura benché non veduta ma solo immaginata? Vaghiamo per un po’ nell’aere’ come il Grande Cocomero dei Peanuts? Quante dimensioni esistono? Quanti universi speculari al nostro ci potrebbero essere? Le porte della percezione che noi abbiamo della realtà sono davvero parzialmente chiuse? Si apriranno mai trasformando la visione di ciò che chiamiamo Unica realtà in qualcos’altro, in una nuova dimensione che magari potremo chiamare realtà Due?
Ovviamente il film non risponde a nessuna di queste domande però…
In Giappone la tradizione vuole che la preparazione del corpo del defunto si svolga sotto gli occhi dei parenti, e che venga eseguita come un rito, come una vera e propria cerimonia. Questo per rendere onore alla memoria del morto e restituirgli la dignità che inevitabilmente il processo mortifero porta via con se. In sostanza il corpo viene amorevolmente accompagnato  verso il suo ultimo viaggio, o per alcuni, verso ciò che è soltanto un passaggio. Daigo Kobayashi è un bravissimo violoncellista che però è rimasto senza lavoro perché la sua orchestra si è sciolta, e che per mantenersi economicamente risponde ad un annuncio di lavoro che preannunciava occuparsi di partenze. Di quali partenze fossero, Daigo proprio non sapeva.  Eppure il nostro riflessivo amico si rende conto di quanto sia importante mantenere la famiglia e intraprende con serietà il nuovo lavoro, nonostante le enormi difficoltà nell’avere a che fare con la decomposizione e il sudiciume che contraddistingue l’ultimo atto della farsa umana. Questo lavoro gli permette di guardare da vicino i comportamenti degli uomini di fronte al dolore più estremo ed impara ad amare il suo lavoro osservando la dedizione del suo capo nel compierlo con rispetto e sensibilità. In questo film vengono toccati i tasti profondi della Perdita, dell’ Assenza,  della Mancanza, del  Desiderio e dell’Accettazione. Voler riabbracciare le persone che sono morte è il desiderio più straziante e lacerante che possa esistere. Non per niente si dice che a tutte le cose c’è  una soluzione tranne che alla morte. Cosa lasciamo negli altri, quando ce ne andiamo? Daigo se lo chiede. Soprattutto quando scopre che suo padre, che lo aveva abbandonato molti anni prima, è appena morto.
 
Finti individualisti che non siamo altro. Ce ne andiamo e ritorniamo sempre e ogni volta lasciamo pezzi di noi all’altro, proprio nel momento in cui partiamo. Forse per alleggerirci il bagaglio, forse per non essere dimenticati. Che bruceremo o no, che le nostre ceneri si disperdano nel vento  o che ci trasformiamo in concime per i fiori, l’unica verità che mi ha suggerito questo film, e per fortuna non sono tra quelli che credono che esista un’unica verità,  è che siamo tutti legati che siamo immersi in una rete, pesci impazziti in un mare infinito, esseri desideranti, motori scoppiettanti di energia, di buoni propositi, di sogni, di pensieri, che si trasformano e si mescolano alle nuvole per poi traslocare in altre dimensioni, creando un collegamento tra noi e dio, tra dio e gli universi. Tra me e te.

 
Se avessi i superpoteri, solo per un giorno, mi piacerebbe liberarmi dalla matrice e vorrei che i miei occhi fossero aperti per poter intravedere anche solo per un momento i mille fili incrociati che ci intersecano e si sovrappongono, quelli vicini e quelli lontani, per poter magari intravedere un disegno, un progetto che annulli l’angoscia del pensiero della morte e che mi faccia ridere di essa e della sua inutilità.